 Il presepe
Il passaggio da un anno all’altro è scandito da tradizioni che appartengono a mai dimenticati «riti di rinnovamento». Col Solstizio d’Inverno si compiono tutti i cicli, la luce che si era attenuata riprende a giungere più forte, l’ibernazione della vegetazione sta per terminare e tutto va a significare lo sfondo atavico da cui partono i festeggiamenti della luce (i falò di S. Silvestro), l’attualità della vita vegetativa (l’albero di Natale) e la tradizione dei riti di prosperità (il cenone della Vigilia). A questo complesso di riti appartiene il presepe (e Presepium è un termine latino che significa mangiatoia: nella stalla non vi era altro in cui deporre il neonato, e lì la Madre vi depose il bambino). La rappresentazione della natività è un tema archetipico, comune alla storia di Mithra, Aion, Buddha e altri, le cui nascite sono accomunate da aspetti simili: la grotta buia, la madre vergine, la stella in cielo, la presenza degli animali... Nel presepe si ricorda il contrasto fra la luce e le tenebre, l’opposizione fra il luogo sotterraneo e il regno celeste, la lotta fra il vecchio re (Erode) e il nuovo nato ed è facile ritrovare l’interpretazione allegorica del ciclo stagionale che si rinnova e della luce che rinasce.
Ma la vera nascita che si narra è quella della coscienza: l’eccezionale venuta al mondo di un figlio di luce parla della straordinaria venuta in Terra di un lume di consapevolezza nell’esperienza umana. Così, il presepe rappresenta l’alba di una coscienza nuova e suggerisce all’individuo di strutturarsi in maniera consapevole.
I personaggi, le figure presenti nel presepe, scenari, gli animali e gli scenari forniscono un fitto intreccio di leggende e di simboli che illustrano i meccanismi attraverso cui l’individuo può, continuamente, rinnovarsi e plasmarsi.
La rappresentazione della natività suggerisce che crescere può voler dire che ci si può rigenerare e riformulare, in altre parole si può rinascere alla luce della coscienza.
L’albero di Natale
L'abete, fin dall'epoca arcaica, fu considerato un albero cosmico che si erge al centro dell'universo e lo nutre.
La storia dell'albero di Natale nasce dall’unione tra miti pagani e riti cristiani. L'albero, fin dai tempi più antichi fu associato al Natale, tradizione che deriva dai culti pagani che si usavano nelle comunità agricole dell'Europa settentrionale. I druidi, gli antichi sacerdoti dei Celti, notando che gli abeti rimanevano sempre verdi anche durante l'inverno, li considerarono un simbolo di lunga vita e li onorarono nell’ambito delle loro feste invernali. Questi sacerdoti erano i "molto sapienti", ma furono anche chiamati gli "uomini dell'albero", perché sacrificavano e insegnavano nelle radure delle foreste sacre.
Attraverso l'albero si espletava il "culto della luce", da cui deriva la parola "cultura", vale a dire il culto di "Ur", che significa appunto "luce". Le relazioni tra cultura ed elemento vegetale derivano dal mito originario dell'Albero della Conoscenza, archetipo delle tradizioni di tutti i popoli.
In seguito, quando si cominciò a festeggiare il Natale, l'abete divenne il suo simbolo e, sebbene lentamente, la tradizione di decorarlo si estese dalla Germania a tutta l’Europa. All’inizio, l'albero era decorato con ghirlande, con nastri e frutta colorata, poi si aggiunsero le candeline e, verso la metà del 1800, furono realizzate le leggere e coloratissime palle di vetro soffiato che sono diventate l'ornamento tradizionale dell'albero. Solo nell’ultima parte dell’ultimo secolo si cominciò ad usare le lampadine, le decorazioni e gli alberi stessi di plastica!
L'Albero di Natale era la pianta che, una volta l’anno, nell’apposita festa, veniva bruciato come simbolo dell'apparizione sulla Terra di una luce straordinaria. Probabilmente ricordava la festa pagana del Sole invitto, il Sole che, dopo il periodo di discesa, torna a rinforzarsi. A quella festa la Chiesa ha contrapposto la data del 25 dicembre. I cattolici hanno cristianizzato l’Abete e, al tempo stesso, l’hanno anche paganizzato. Cristianizzato, perché è l"Albero di Natale" (non lo si brucia, ma lo si riempie di luminarie) e ai suoi piedi si mettono i doni, che sono il ricordo del dono grande che Dio ha fatto all'umanità, nascendo come povero uomo. Paganizzato, perché spesso è stato sostituito al presepe, che é l’inequivocabile aspetto cristiano della sacra ricorrenza.
Il ceppo di Natale
Soprattutto in passato, nella notte di Natale, si soleva accendere nel caminetto un gran ceppo di abete per rendere caldo e confortevole l'ambiente in segno di ospitalità per accogliere la venuta del Figlio di Dio.
Il ceppo è di legno di abete ed è il simbolo di questo albero che, fin dall'epoca arcaica, era considerato l’albero cosmico che si erge al centro dell'universo e che lo nutre. Fu assunto dai cristiani del nord come simbolo del Cristo. Nel mediterraneo l'usanza si diffuse molto più tardi, verso il 1840. Persino gli addobbi sono stati interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la Luce che Gesù dispensa all'umanità, i frutti dorati e le palle colorate, insieme ai regalini e ai dolciumi appesi ai suoi rami, o raccolti ai suoi piedi, sono il simbolo della Vita spirituale e dell'Amore che Egli ci offre.
Il cero di Natale
La luce del cerosimboleggia Gesù, luce del mondo. “Una luce è nata nel mondo” sono le parole della liturgia e la fiamma del cero richiama questo significato. In Francia e in Gran Bretagna è tradizione accendere tre ceri con la base fusa insieme, come segno di adorazione alla Trinità.
La corona dell’Avvento
Si può collegare l'uso della Corona d'Avvento alla consuetudine germanica precristiana, che derivava dai riti pagani della luce che si celebravano nel mese di Yule (il nostro dicembre). Nel XVI secolo si diffuse un po’ ovunque come simbolo del periodo che precede il Natale. La Corona d'Avvento è una ghirlanda circolare realizzata con rametti di abete e foglie di alloro (il cui colore verde simboleggia la speranza, la vita) e con quattro ceri. Durante il Tempo di Avvento, che dura quattro settimane, in ogni domenica si accende un cero. Secondo una tradizione, ogni cero ha un significato differente: il primo è il cero dei profeti, il secondo è il cero di Betlemme, poi vi è quello dei pastori e, infine, quello degli angeli. L'accensione di ogni cero va accompagnata da un momento di preghiera.
Le strenne natalizie
Gli abitanti di Roma erano soliti scambiarsi, in occasione delle feste e a capodanno, dei regali che chiamavano strenne. Questa consuetudine si collegava alla tradizione secondo la quale, il primo giorno dell'anno, al re veniva offerto in dono un ramoscello raccolto nel bosco della dea Strenna (la dea sabina della salute). Questo rito augurale si diffuse tra il popolo e, nel tempo, i rametti di alloro, di ulivo e di fico vennero sostituiti da regali vari. E’ una tradizione che è ancora presente ai giorni nostri e che si riveste, in occasione del Natale, di nuovi significati poiché il gesto del dono richiama l'amore di Dio che ha donato suo Figlio all'umanità intera.
La rosa di Natale
L'Helleborus è una pianta che cresce spontaneamente nelle zone di montagna (ma che si acclimata facilmente anche in pianura e nelle aree temperate) e i cui fiori sbocciano in pieno inverno. Per tale caratteristica, una sua varietà, l'Helleborus niger, è conosciuta come Rosa di Natale. Quest'ultima presenta un rizoma nerastro e grandi fiori bianchi a cinque petali con sfumature tendenti al rosa: cinque il numero che simboleggia “l’uomo in evoluzione”, pertanto donarne un mazzetto significa dimostrare attenzione e rispetto alla vita spirituale di chi lo riceve.
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