 "Quello che penso del ‘nuoto neonatale’, i grandi lo chiamano così, è che è fantastico, stradivertente, gioco vero, puro e duro, coinvolgente e appassionante. E’ come la ciliegia che una tira l’altra e non smetteresti mai di mangiarle.
E’ una planata con atterraggio dolce. Infatti quando sono arrivata in acqua ho pensato:
bé era ora, questa la conosco, ci sono già stata bene, non ci voleva molto a capire che dopo nove mesi di frenetico relax mi sarebbe piaciuto un bis. Questo suono ‘nuoto’ è strano, mi sa di qualcosa di tecnico che devo imparare, invece a me piace di più arrangiarmi a modo mio, io ‘faccio’. Vediamo, lo chiamerei…’questa sì che è vita’ un po’ come quando mangio e poi mi sento soddisfatta. Oppure ‘leggère e scivolose’ perché è così che mi sento anche quando scendo sotto improvvisamente, casco sotto senza farmi male. Questa parte di stare tutta dentro l’acqua mi veniva benissimo all’inizio, da piccola quando il mio nome era Feto. Adesso mi hanno cambiato nome, mi sembra definitivo. A volte l’acqua mi va di traverso e devo tossire per riprendere fiato e piango. La mia mamma dice che va bene, anche quando mi sento scoppiare per cui è sicuramente così. Che bello che lei mi dice sempre come ci va! Ci divertiamo insieme, giochiamo, ci strusciamo, ci coccoliamo tutt’e due nel calduccio dell’acqua, ci consoliamo, facciamo le mattacchione e ci facciamo coraggio. Ogni tanto mi chiama Gioia…Amore forse sono altri nomi ancora e mi piace, mi fa stare bene. Quando ho fame però interrompo il gioco, mangio, poi riprendo, piano piano.
Ci muoviamo sempre, ci muoviamo dentro, fuori, sopra, sotto e poi…e poi…zzzzzz."
Dopo tanti, tantissimi bimbi che ho visto vivere quest’esperienza unica mi diverto ad indovinare il loro punto di vista, in modo un po’ fumettistico perché mi piace immaginare che siano loro ad esprimersi al proposito.
Nel divenire adulti tendiamo ad un linguaggio più tecnico, quasi che la semplicità e l’autenticità delle emozioni divengano poco importanti, ma le emozioni sono sempre state e continueranno ad essere il motore vitale, l’asse portante nella vita.
Accoglierle, riconoscerle, esprimerle, gestirle è uno degli apprendimenti fondamentali dell’esistenza su questa Terra.
Quando iniziai nel 1981, prima in Italia e fra molte difficoltà, a mettere in atto questa attività, lo feci con uno scopo educativo, un mezzo, un’opportunità singolare, simpatica e attraente e non pensavo ciò di cui ora sono convinta a proposito delle emozioni.
E’ stato con l’esperienza e con la semplificazione che viene con l’età che ho imparato a riconoscere ciò che più conta.
Non significa per questo che il contributo a tutti gli stimoli sensoriali, motori e psichici che il ‘nuoto’ neonatale offre ai neonati e alle loro mamme non siano importanti, anzi ne apprezzo continuamente i risultati.
Il fatto è che ho modificato il mio punto di vista su ciò che ha veramente importanza nella vita: allora mi sembrava che il pilone portante nell’essere umano fosse l’intelligenza ed il suo prodotto più enfatizzato, il raziocinio. Così pensava la società, così mi avevano insegnato i miei genitori. Usa il cervello, ci dicevano a scuola ed era l’unica opzione.
Ci chiedevano ‘cosa pensi?’ ma era rarissimo che ci domandassero ‘cosa senti?’ . Una programmazione a senso unico. Era ovvio assumere che avere un’intelligenza viva equivalesse a vivere la vita nella sua interezza e che ogni soluzione giungesse per mezzo del raziocinio.
L’obiettivo più ambizioso che desideravo offrire attraverso l’acqua, allora, era di sviluppare al meglio il sistema nervoso proprio nei mesi ed anni , i primi tre, in cui l’organizzazione cerebrale si compie per la maggior parte. Sono tutt’ora convinta che una buona intelligenza, quando ben utilizzata, aiuta molto nella vita ma più tardi, guardandomi attorno e dentro più attentamente, ho compreso che è l’autostima il sentimento che più di ogni altro ci dà il piacere di esistere. E’ il rispetto di se’ che ci dà il coraggio di fare passi fondamentali per la crescita individuale, verso la consapevolezza. E’ il rispetto di sé che ci mantiene diritti quando la bufera cerca di abbatterci. E’ l’anima che con la sua flessuosità ci permette di piegarci senza arrenderci.
E’ dunque questa visione che oggi propongo all’attenzione dei genitori che frequentano i miei corsi con i loro splendidi bambini e bambine. L’acqua continua ad essermi complice affidabile e disponibile esattamente come prima. Lei sa da sempre. E’ la mia coscienza che è cambiata e sento con certezza che il lavoro in acqua con i bambini e le loro mamme mi ha lentamente trasformata. Se lo ha fatto con me, chiunque può subirne gli effetti.
“L’immersione nell’acqua stimola anche le aree cerebrali legate al piacere e all’affettività. Non potrebbe essere altrimenti, giacchè l’acqua è l’elemento ‘madre’ a cui la nostra specie ha affidato la sua sopravvivenza. L’essere immersi può essere vissuto come evento piacevole o, più di rado, spiacevole, a seconda della storia dell’individuo. Se si sono subiti traumi legati all’acqua, in un primo momento può innescarsi una reazione negativa. In ogni caso, bastano un corretto addestramento e la necessaria supervisione a trasformare l’immersione in un’esperienza positiva.
Uno degli effetti di queste immersioni è il venir meno di una distinzione netta fra materia, energia e coscienza: lo spazio e il tempo vengono trascesi.” (‘L’acqua pura e semplice’ Paolo Consigli – ed. Tecniche nuove)
Questo lato del rapporto con l’acqua viene spesso trascurato. Desidero sottolinearne la piacevole importanza giacchè oggi la fisica, sia quantica che classica, ci dimostra la realtà nella sua indivisibilità e il tempo e lo spazio come prodotti della nostra mente.
I neonati, che ancora non hanno imparato a rispecchiare la nostra scansione della vita, portano con sé memoria di mesi (e vite?) in cui spazio e tempo, energia e materia esistono come azione del divenire indifferenziato. L’acqua riporta in questa dimensione, ri-generando le emozioni dell’insieme che è meglio non dimenticare. E’ come se tenessimo vivo un ricordo durante il percorso dell’esistenza appena iniziata affinché la nascita non copra definitivamente d’oblio ciò a cui dovremo tornare.
Il fisico Vittorio Marchi mi fece notare un giorno come la parola ‘amniotico’ avesse la stessa radice di ‘amnesia’ che in greco significa ‘senza ricordo’.
Le parole racchiudono la verità e ce la tramandano attraverso la trascuratezza della nostra memoria: perché si chiamerebbe ‘amnio’ quel velo sottile che racchiude l’embrione nel liquido? Cosa deve celare alla memoria del nascituro? Non è forse lo stesso velo che siamo chiamati a togliere dai nostri occhi se scegliamo di divenire esseri consapevoli e quindi più evoluti?
Stare con il neonato in acqua è produrre di fatto un cambiamento di sistema educativo, è uscire dagli schemi univoci, nel desiderio di aiutare ogni nuovo (ri)nato a mantenere dentro di sé quella sensibilità e giocosa gioia di vivere che sono tanto preziose durante i periodi bui.
Alcuni bimbi nascono improvvisamente sottratti al ventre materno con il parto cesareo. Quando vengono in acqua con le loro mamme, altrettanto provate dall’esperienza, sono spesso disorientati e facilmente riconoscibili per il loro movimento caotico.
Le mamme, come loro, vivono la difficoltà emotiva di un mancato incontro iniziale. Spesso l’empatia viene sostituita dal raziocinio e il bambino esprime tutta la sua paura nell’inquietudine sparpagliata dei gesti. Il contenimento iniziale è venuto meno per la coppia.
L’acqua abbraccia e tranquillizza ambedue. Accarezza, massaggia e alleggerisce i loro sentimenti feriti facendo ritrovare quell’ordine che era stato sparigliato.
Ci vuole tempo e costanza perché è la fiducia che va ricostituita, attraverso l’azione. Ancora un sentimento prezioso e vitale,la fiducia, sul quale lavorare con pazienza.
E’ sempre la gioia del gioco che avvicina in acqua perché è un’avventura nuova e fresca anche per la mamma che spesso si trova ad inventarsi in questa dimensione da scoprire.
Il canto, il gioco sono condizioni che attivano l’emisfero destro, il presidio della creatività e dell’intuito. Competenza, quest’ultima, purtroppo sottostimata e spesso ignorata dall’educazione contemporanea. Il passaggio dall’uso dell’emisfero sinistro che si esprime con le domande materne iniziali ‘ va bene così?’ ‘che esercizi dobbiamo fare?’ ‘quanto tempo ci mette a…?’ lasciano via via il posto alla gioia di esserci e provarsi, all’improvvisazione, mirata certo ma che scaturisce da ogni mamma in dosi sempre più massicce non appena entrano nell’atmosfera del libero uso delle proprie potenzialità creative ed emotive. Così che tempo e spazio vengono dimenticati. Quante volte mi dicono che non si sono accorte del tempo che passava: hanno lavorato con l’emisfero destro in una dimensione di oblio del prima e del dopo. Erano nel qui ed ora.
Quando l’adulto non ha confidenza con l’acqua è trainato dall’entusiasmo del figlio in una spirale di dare e ricevere che sembra senza fine e impara anche ad andare sott’acqua per regalarsi il piacere di vedere il proprio bambino …al piano di sotto.
A volte mi sono sorpresa a desiderare di vivere in prima persona questa situazione di parità perché vedo e sento quanta gioia dà la scoperta simultanea dell’avventura in acqua.
Qualunque sia la tecnica utilizzata per portare i bambini all’autonomia acquatica, che determina anche un’autonomia psicologica, sono sempre più certa che ha un’importanza secondaria rispetto ai sentimenti e alle emozioni che si lasciano sciogliere nell’ambiente e in questo l’acqua aiuta moltissimo perché spinge in superficie le emozioni.
L’autostima in un bambino si costruisce fuori e dentro l’acqua. L’ambiente è determinante in questo processo ed intendo per ambiente innanzi tutto i genitori.
Spesso accade che fra due persone di pari intelligenza e capacità, l’elemento che influisce non solo sulla realizzazione dei propri obiettivi ma soprattutto sulla comprensione della scelta utile nella propria vita, sia l’intima, ferma sicurezza di poter contare sulle proprie abilità e capacità di cavarsela. Sapere di potercela fare.
Ricordo una vecchia barzelletta che mia figlia amava molto raccontare quando aveva cinque anni:
Ci sono due pomodori sul bordo del tetto di una casa. Il primo si butta e ritorna nel posto da dove si è lanciato. –Ma come hai fatto !!??- chiede l’altro pomodoro allibito.
-Semplice, mentre cadi basta pensare ‘sono una palla’, rimbalzi e torni su-
Il secondo pomodoro ci prova, si butta –Sono una palla, sono una palla, sono una palla…uuuh, sono un pomodorooo-
Splash
Crederci fa un’enorme differenza. Vitale appunto.
Non penso affatto che cercare la complicità dell’acqua sia l’unico modo per offrire buone basi di crescita ma il passaggio è sottile: è la differenza che c’è fra la casualità e la certezza. E’ l’uso ludico ed allo stesso tempo stimolante, creativo e costruttivo dell’elemento naturale e connaturato che, unico fra quelli disponibili, agevola il neonato ad utilizzare il suo potenziale in assenza dello schiacciamento della forza di gravità. La visibile differenza d’azione del bambino dentro e fuori dall’acqua, la dimostrazione di competenza propria più armoniosa, il piacere che il bambino dimostra nel potersi esprimere con maggiore completezza nella leggerezza del liquido convincono più di ogni studio scientifico. I genitori stessi se ne rendono conto entusiasmandosi perché capiscono che stanno facendo del bene ai propri figli e a se stessi impegnandosi concretamente in un’attività coinvolgente e piacevole.
Non è necessario vivere in acqua per godere dei benefici doni descritti ma solo frequentarla con una certa costanza e continuità durante i primi anni magici della vita.
E’ sull’acqua che mi sento di puntare per continuare a far crescere e crescere anche e soprattutto nella dimensione interiore, partendo dalla nascita e prima. Il creato ha puntato sull’acqua per generare la vita…chi siamo noi per fare altrimenti? La sfida oggi è questa e cos’altro? Possedere di più, in una logica che sta logorando la nostra società? Penso che dobbiamo convincerci che il lavoro grande e bello è sull’essere. L’acqua ci offre instancabilmente esempi concreti.
L’Armonizzazione passa dal suo agire e reagire in assenza di giudizio, dalla sua arrendevolezza alle leggi di natura, alle informazioni e vibrazioni che con lei intrecciano danze inesauribili. Qualunque ostacolo viene aggirato senza mai perdere di vista l’obiettivo: confluire nel grande oceano. Per formare la più piccola goccia d’acqua occorrono sei molecole ed ogni goccia è un’aggregazione di molecole diversa dalle altre, unica e irripetibile come i fiocchi di neve, come ogni essere vivente. L’acqua si lascia toccare, sentire ma mai afferrare, è libertà fatto elemento che accoglie e stimola altre molecole ad essere più disponibili. Il suo dinamismo inesauribile contiene la potenzialità di rigenerazione.
Da sola tuttavia non può condurre bene l’energia che rende tutto vitale e così si allea ad altro da sé, rinuncia alla perfezione e alla purezza assoluta ed accoglie altre molecole senza sopraffarle e inglobarle e diventa una forza molto potente.
L’acqua si sta rivelando il nostro strumento ideale per prendere coscienza di noi stessi e quindi degli altri. L’acqua ci forma e ciò che lei è, noi siamo: si nasce sentendosi inconsapevolmente parte del Tutto, diventarne consapevoli è il cammino che ci resta da fare.
Patrizia Panizza
Fondatrice associazione nonprofit ‘Consapevolmente’
Impegnata nella crescita prima infanzia ed alla formazione del ruolo consapevole di genitore.
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